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E che Contini convochi Montale, all’inizio del suo scritto, solo per farsi dare il la, e fargli dire fra le righe nient’altro che Zanzotto è il miglior poeta della generazione successiva alla sua, conta poco o nulla, mentre può risultare assai più interessante l’indagine del clic associativo, consapevole o meno, che spinge il critico ad aggirare per una volta la dichiaratissima successione Leopardi-Hölderlin-Lorca-Eluard, e a prender invece le mosse dall’autore degli Ossi.Perché in effetti un legame preciso (verrebbe da dire sotterraneo), sebbene né Montale né Contini lo mettano in luce, esiste, e permette di inscrivere il poeta genovese a tutti gli effetti tra gli auctores fondamentali nella storia del più giovane collega, per quanto il rapporto non si configuri affatto come una semplice filiazione diretta (3) .si fanno avanti, in seguito, altre immagini, i resti, organici e non, divengono più sporchi, più limacciosi […] l’allusione alla lordura mefitica si fa più frequente […].

Pratica che risulta di estrema utilità in ogni caso, ma che consente maggiori risultati qualora l’inchiesta del poeta su un altro poeta finisca per configurarsi - e già accadeva non di rado nello stesso Montale - in una non sempre consapevole auto-inchiesta.

Partiamo dall’inizio, vale a dire dal saggio L’inno nel fango, che contiene già in nuce, epitomati nel titolo, tutti i futuri sviluppi: la consapevolezza che il sogno giovanile espresso in Riviere, "cangiare in inno l’elegia", non aveva semplicemente fallito, bensì era divenuto realtà nel modo peggiore, cioè sprofondato nella suprema degradazione, in quel fango che ancora negli Ossi è - dannunzianamente - "belletta" (Non recidere, forbice, quel volto), ma ben presto si risolverà in "tenace ganga" (Eastbourne), per declinarsi poi in una amplissima raggiera di sinonimi di un’unica, maleodorante, sostanza, il "mare infinito di creta e di mondiglia" (Proda di Versilia), "l’atroce morsura di nafta e sterco" (L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili), e soprattutto la "nuova palta", immagine dominante di Botta e risposta I, nonché centro gravitazionale dell’intero discorso critico di Zanzotto.

"Il grande mito di Ercole che ripulisce le stalle di Augìa deviando il corso del fiume Alfeo, riscritto in veste allegorica in Botta e risposta I, riprende [...] in maniera abbastanza evidente l’ideale concentrazionario che aveva informato di sé Il sogno del prigioniero (anche per la ripresa dell’acre metafora culinaria), ma lo piega a significare una Weltanschauung di ben piu’ turpe negatività, se non altro perché alla tragedia storica del lager, all’orrore di uno sterminio insensato, si sostituisce la farsa, il grottesco, l’immersione nello sterco che assume connotati quasi metafisici, da castigo dantesco."in te rantolo e fimo si fanno umani studi(Un libro di Ecloghe) Che Zanzotto sia, almeno in alcuni aspetti della sua opera, un poeta ctonio, un «difficile e pur tanto affabile poeta ctonio» - come lo definì Gianfranco Contini, introducendo il Galateo in Bosco (1) - pare innegabile, sebbene per altri versi egli si proponga come autore "paradisiaco" quant’altri mai (2) .

E tuttavia, vien da chiedersi, in regime di stretta modernità quale quello in cui si vive, aboliti l’Erebo e gl’Inferi, respinte le Madri e l’Inconscio in una dimensione tutta interiore, che cosa davvero può trovare, sottoterra, un poeta, qualora ci si avventuri?

E nota: [E’] una situazione che per peso proprio si evolve a figure sempre più basse di deiezione, di rigetto.

Inizialmente però predominano elementi come la maceria e la breccia […].Con una particolarità, però: quando Zanzotto scrive L’inno nel fango, da un lato Botta e risposta I è nove anni di là da venire (7) e dall’altro la sua poesia, allora ferma sulla soglia di Elegia e altri versi, è ancora severamente delimitata entro un cerchio di enti cristallizzati e rarefatti, su cui spicca l’ossessiva presenza della neve.Insomma, se il vocabolario del primo Zanzotto è composto di sole fonti libresche, e il prodotto della sua attività poetica è la creazione in vitro di un oggetto di spessore esclusivamente verbale (Agosti), il particolare tipo di "monolinguismo" che ne deriva non comprende in ogni caso nessun tipo di impurità.Sassi e radici, fossili magari, ma più probabilmente ci troverà delle fogne.Ebbene, sarà forse un caso, ma fin dalla prima riga della sua prefazione al Galateo, che è opera nata integralmente "nel bosco", in un perdersi nella selva montelliana tutto rasoterra, proprio da cercatore di funghi, Contini si richiama al più accanito e feroce decantatore di fogne che il nostro Novecento poetico abbia prodotto, Eugenio Montale.Inutile sottolineare le più che evidenti affinità tra i due passi, senza nemmeno andare a scomodare l’emersione, (quasi una ammissione) proprio del nome di Montale, poche righe più sotto (10) .

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